L’Università di Palermo nel panorama del sistema universitario nazionale

La Costituzione Italiana, anche in conseguenza degli eventi storici che ne precedettero l’adozione, riconosce alle università italiane un importante livello di autonomia, teso a preservare la cultura, la ricerca e l’alta formazione dalle possibili influenze del Governo. Un importante intervento legislativo, che ha dato piena applicazione a tale principio, è stata nel 1989 la cosiddetta legge Ruberti (L. n. 168/89), che ha previsto l’approvazione degli Statuti di autonomia degli Atenei, con un sistema di norme che, pur nel quadro di una necessaria approvazione ministeriale, lasciano l’ultima parola agli Atenei, ed eventualmente in ultima analisi al Giudice Amministrativo, in caso di conflitto con il ministero. Tale legge stabilisce anche con chiarezza che “Nel rispetto dei principi di autonomia stabiliti dall’articolo 33 della Costituzione e specificati dalla legge, le università sono disciplinate, oltre che dai rispettivi statuti e regolamenti, esclusivamente da norme legislative che vi operino espresso riferimento. E’ fatto divieto di applicare disposizioni mediante circolare”.

Tali importanti principi hanno subìto negli ultimi anni una forte compressione, prevalentemente dovuta ad alcuni processi:

  1. l’approvazione della legge 240/2010 (e dei suoi decreti attuativi), che è intervenuta in forma molto invasiva (secondo alcuni costituzionalisti anche al punto da contraddire il principio stesso dell’articolo 33) sugli Statuti, introducendo una logica aziendalista che ha fortemente limitato il ruolo dei Senati Accademici, amplificato enormemente il ruolo del Rettore ed introdotto una chiara verticalizzazione dei processi decisionali, anche attraverso l’indebolimento dei corpi intermedi;

  2. l’introduzione dell’ANVUR e di un sistema di valutazione della ricerca (ma poi anche della Didattica e in parte della Terza Missione) basato esclusivamente su criteri quantitativi che, incidendo profondamente sulle modalità di finanziamento (quota “premiale” del FFO) e sulle carriere dei docenti (attraverso i meccanismi dell’ASN), ha profondamente influenzato la Ricerca negli atenei, scoraggiando l’apertura di nuovi filoni e, nel complesso, rendendo residuale l’interdisciplinarietà;

  3. l’introduzione di una burocrazia sempre più invasiva, indotta ad ispirarsi ad un principio di controllo capillare ed asfissiante e sulla presunzione di irregolarità dei comportamenti di singoli e strutture (tendenza peraltro amplificata all’interno del nostro Ateneo);

  4. l’indebita estensione alle Università di alcuni provvedimenti, pensati per altri comparti della Pubblica Amministrazione, che hanno spesso paralizzato le attività istituzionali degli Atenei in alcuni ambiti cruciali (per esempio, le limitazioni nell’acquisto degli arredi o i vincoli alle spese di missione).

E’ evidente che le considerazioni sopra esposte non intendono mettere in discussione il necessario principio della valutazione, ma soltanto richiamare un diffuso disagio delle comunità accademiche sulle modalità con cui tale valutazione viene applicata dall’ANVUR.

Le Università italiane, soffocate dalle pesanti difficoltà economiche indotte da un evidente sotto-finanziamento, non hanno saputo sottrarsi a tali indirizzi, riducendo la loro azione ad una miope competizione tra Atenei, che ha innescato la più tipica “guerra tra poveri”, nella quale non rimane spazio per alcuna riflessione critica sul modello complessivo di sistema universitario. Inevitabilmente, tale competizione ha fortemente approfondito il distacco tra gli Atenei, secondo linee di demarcazione sostanzialmente coincidenti con quelle del diverso sviluppo economico-sociale delle diverse aree del Paese.

Il momento attuale vede alcuni spazi di possibile ripresa di una diversa soggettività “politica” degli Atenei, favorita dalla diffusa consapevolezza degli effetti negativi delle politiche di finanziamento delle università e di valutazione della ricerca. Il peso degli oneri burocratici ha inoltre raggiunto livelli tali da non potere essere più “mascherato” sotto le pretese finalità – peraltro mai realmente garantite da meccanismi concentrati sul procedimento e non sul risultato – di controllo della spesa, contrasto alla corruzione e obblighi di trasparenza.

L’Università di Palermo ha il dovere di inserirsi in questo processo di riconsiderazione degli indirizzi politici sul sistema universitario sapendo intercettare e, auspicabilmente, contribuendo ad orientare il dibattito complessivo nazionale e, per certi aspetti, macro-regionale e regionale. Tale nuovo ruolo dell’Ateneo, allo stato quasi del tutto assente, passa da alcuni necessari interventi:

  1. la ripresa di un ruolo politico centrale all’interno della CRUI (il cui Statuto ben evidenzia che i soci sono gli Atenei “rappresentati” dai Rettori e non direttamente i Rettori), nella quale il Rettore di un Ateneo come il nostro – unica università statale della quinta città d’Italia – deve agire da protagonista, assumendo ruoli rilevanti (almeno cercando la presenza nella Giunta) e intervenendo per modificare gli orientamenti ministeriali e dell’ANVUR che penalizzano le università meridionali e l’intero comparto universitario;

  2. l’impulso alla costituzione di una “rete” degli Atenei meridionali, all’interno della quale stabilire una relazione privilegiata con quelli siciliani, per stimolare un cambio di orientamento che assuma l’obiettivo della coesione territoriale e promuova interventi che tengano pienamente conto, nell’assegnazione delle risorse agli Atenei, delle differenze di contesto;

  3. la piena partecipazione degli Organi di Governo dell’Ateneo, in particolare del Senato Accademico, al dibattito politico-culturale nazionale e regionale, senza dimenticare i grandi temi internazionali e dei diritti umani, attraverso l’approvazione e successiva disseminazione di documenti e position paper, nonché la promozione di momenti di confronto e dibattito di ampio respiro;

  4. una chiara autonomia delle posizioni politiche dell’Ateneo rispetto a specifici partiti o coalizioni del panorama nazionale e locale, conseguita anche attraverso l’introduzione di specifiche norme statutarie che prevedano la decadenza dalle cariche di governo dell’Ateneo per chi assuma ruoli di particolare visibilità all’interno di partiti o movimenti politici o presenti la propria candidatura in qualsivoglia competizione elettorale per cariche politiche.

Contestualmente, l’Ateneo deve sapere bilanciare al proprio interno la necessaria attenzione verso due obiettivi talora divergenti. Da una parte il raggiungimento di una buona performance sui parametri e gli indicatori dai quali, indipendentemente dall’opinione che si abbia sulla loro adeguatezza culturale, dipendono i finanziamenti nazionali ed il piazzamento nelle, pur discutibili, classifiche nazionali ed internazionali. Dall’altra, l’introduzione di regole che, superando le distorsioni derivanti dalla necessaria attenzione ai suddetti parametri ed indicatori, riequilibrino la politica culturale e di miglioramento della qualità dell’Ateneo, favorendo l’avvio di filoni di ricerca innovativi, garantendo ai docenti un congruo tempo di maturazione delle proprie ricerche, sostenendo le ricerche interdisciplinari.

In relazione a tali obiettivi di ampio respiro e di particolare valenza scientifico-culturale si ritiene necessario:

  1. riconoscere, nelle valutazioni interne per l’attribuzione degli scatti stipendiali e del fondo di incentivazione ed in generale per l’assegnazione di risorse (nelle quali non si entra in questa sede, non essendo oggetto della scheda), un valore particolarmente elevato alle monografie e alle pubblicazioni scientifiche che inaugurino nuovi ed innovativi filoni di ricerca;

  2. prevedere il finanziamento annuale di un limitato numero di progetti di ricerca interdisciplinari di Ateneo che coinvolgano ricercatori appartenenti a diverse aree CUN riconducibili a più di un settore ERC (Scienze Sociali ed Umanistiche – SH, Scienze della Vita – LS, Matematica, scienze fisiche, informazione e comunicazione, ingegneria, scienze della terra e dell’universo- PE), per favorire l’interdisciplinarietà (Cfr. Scheda su Humanities e Social Sciences e sui Settori ERC LS e PE in preparazione);

  3. inserire, nei regolamenti per l’assegnazione dei Punti Organico ai Dipartimenti e nelle valutazioni dell’impegno scientifico dei docenti un peso maggiore alle pubblicazioni interdisciplinari, superando così il rigido schematismo del Settori Scientifico-Disciplinari.

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3 pensieri riguardo “L’Università di Palermo nel panorama del sistema universitario nazionale

  • Febbraio 4, 2021 in 11:16 pm
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    Condividendo tutto quanto contenuto nella scheda, trovo estremamente importante l’aver sottolineato la necessità che l’Università si mantenga equidistante ed indipendente dalle forze politiche e che si debba rendere incompatibile il ricoprire una carica rappresentativa apicale dell’Università e concorrere a competizione politica.

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  • Febbraio 5, 2021 in 6:20 am
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    Ringrazio Massimo ed Enrico per la riflessione ampia e pluritematica propostami/ci.
    Sottolineo, fra i tanti punti evidenziati, l’importanza della partecipazione dell’accademia al dialogo pubblico attraverso gli strumentiche gli sono propri: report, pubblicazioni di survey, puntello critico sui nodi cogenti del dibattito pubblico attraverso la pubblicistica.
    Sottolineo altresì la necessità della valorizzazione del “libro” come strumento compiuto ed esaustivo della ricerca di ciascuno; strumento che, nella società dell’istantaneismo fluido e delle scritture brevi e concise predilette nei meccanismi concorsuali, è divenuto tanto anacronistico quanto secondario.

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  • Febbraio 11, 2021 in 11:16 am
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    Pur non volendo ridimensionare la “necessità” -peraltro invocata al primo punto -di rivedere i criteri per l’attribuzione degli scatti stipendiali che riguardano solo il “personale docente”, noto una certa disattenzione nei confronti di altre “necessità di interventi” per la valorizzazione del personale tecnico ed amministrativo qualificato, che -a parte i problemi dello stipendio ( inferiore in media ai 1400 euro)- non può neanche sperare in percorsi virtuosi di rivalutazione e progressione di carriera attuabili mediante quella stessa “autonomia” sancita per costituzione e richiamata nella premessa.

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